E’ stato per me importante inaugurare la mostra permanente di Gino Bernardini a Tuscania, lo scorso primo agosto
Lo è stato perché mi ha permesso di riprendere un’abitudine ormai già quarantennale che le misure preventive contro il Covid avevano brutalmente interrotto. Anche ammettendo la necessità inderogabile di certe misure, non si potrà negare che la quarantena coatta ci abbia obbligato a un livello generale di costume civile che si è abbassato rispetto a quello vigente prima della pandemia. Poter recuperare ciò che non si era perduto, ma che ti era stato impedito è un segno altamente positivo che invoglia a uscire definitivamente da un incubo non solo sanitario. Un altro motivo per cui è stato importante accogliere l’invito di Bernardini è quello di aver avuto una nuova occasione per tornare in un luogo formidabile quale Tuscania (Toscanella, come leggevano nei testi di Pietro Toesca, viatico fondamentale per chiunque voleva impratichirsi con il Medioevo artistico nazionale), anche se mi capita di frequentarla abbastanza spesso. Tuscania è il borgo storico che meglio di qualunque altro in Italia è risorto da un sisma nel corso dell’ultimo cinquantennio. Più di Gemona del Friuli, più di Venzone, che vengono maggiormente ricordate in questo senso. Sarebbe bene non vanificare quello sforzo così ingente e fruttuoso con la propensione all’incuria dei nostri giorni o con certi assurdi tentativi di “modernizzazione” del territorio che mi trovano fortemente contrario e sempre mi troveranno ancora.
Ma il motivo principale per cui valeva la pena tornare a Tuscania è stato quello di poter testimoniare in favore di Gino Bernardini. Avevo visto dei suoi lavori a Cervia, nella seconda edizione di una rassegna da me curata criticamente, I Mille di Sgarbi, e mi avevano incuriosito per il loro piglio implacabilmente romantico, come se la modernità industriale fosse un incidente nella storia dell’umanità che nulla è riuscita a cambiare nel nostro modo di vedere il mondo. Non che manchi modernità nella maniera espressiva di Bernardini, che con la freschezza tipica dell’autodidatta confida nelle risorse di un tratto allo stesso tempo morbido e tagliente, accoppiato a un colore che s’inserisce con la giusta garbatezza laddove il disegno mette a disposizione, tanto da stabilire efficaci simbiosi nella resa in particolare del prediletto soggetto ambientazione fluviale, puntando però alla stilizzazione, alla semplificazione in una cifra grafica che persegue un ideale di equilibrio piuttosto che cercare la massima verisimiglianza possibile. E’ che l’occhio e la mente, a dispetto della modernità della mano, sono rimasti antichi, guardando ancora al rapporto con la natura, lo stesso così essenziale nell’opera di Giovanni Bellini, di Leonardo da Vinci o di Caspar David Friedrich, come all’unica possibilità di salvezza per il genere umano. E se da una parte la disposizione di Bernardini rientra perfettamente in una tradizione occidentale che dagli afflati panici dei greco-romani è giunta al Romanticismo passando per la tappa fondamentale del Rinascimento, dall’altra sarebbe possibile rinvenire un rimando all’Oriente più spirituale in certa sua intenzione Zen di annullarsi totalmente nella contemplazione del creato, preferendo il piacere muto della sintonia interiore con la meraviglia del molteplice alla vana affermazione del proprio io sul primato irresistibile del tutto. Pittore universale, Bernardini, capace di affrontare linguaggi e tematiche in grado di essere compresi ovunque senza soverchi problemi. Eppure, quando lo si vede muoversi a Tuscania, si capisce subito che potrebbe fare arte solo a contatto diretto con un luogo che sente suo come la propria carne. Tuscania universale, luogo dell’immaginazione più ancora che della realtà, come lo era per Giuseppe Cesetti, Alessandro Kokocinski, Bonaria Manca. Ora anche per Gino Bernardini.